Matteo Cervo Photography

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Lepre bianca, un anno dopo

admin | 25 febbraio 2010

È passato praticamente un anno dall’ultima cattura di lepre bianca (Lepus timidus varronis), allora seguivo mia moglie impegnata in uno studio della specie in alta valtellina, oggi le cose non sono molto cambiate ed eccoci nuovamente a muoverci nella mugheta in cerca di questo splendido relitto glaciale dal pelo bianco e le orecchie nere.

Questo solo nel periodo invernale però, la lepre bianca si differenzia infatti dalla comune per il cambio di mantello tra la stagione estiva e quella invernale. È un animale ben adattato a vivere in condizioni climatiche difficili. La temperatura nelle valli di studio scende tranquillamente sotto i -20° C, la coltre abbondante rende difficile camminare anche con le racchette e la predazione della volpe è sempre in agguato.

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1/2000 s @ F/4 ISO 1600, Canon Eos 1D Mark II – Canon EF 70-200 mm F/2,8 L USM

Questo anno, come quello passato, ha visto riprese fotografiche ridotte ad uno o due giorni per motivi di tempo. Un vero peccato perchè ogni mattina non sai mai come si chiuderà la giornata, quanti animali si riuscira a prendere e quanto freddo bisognerà sopportare. Per darvi un idea posso solo dire che bastavano pochi secondi dopo essere usciti dal rifugio perchè la mia barba diventasse un unico e rigido ghiacciolo bianco!

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In più bisogna aggiungere che la luce non è sempre favorevole per fotografare: la mattina inizia alle 5.00 con una rapida colazione, dopo di che i ricercatori escono a controllare gli animali ed eseguire le biometrie neccesarie allo studio, solo verso le 7 il sole ha rischiarato abbastanza il cielo e il tappeto bianco in modo utile a fornire un supporto all’AF della fotocamera.

Pensare di scattare in fuoco manuale è improponibile, si l’ho fatto per anni durante gli inseguimenti a camosci e rapaci con il vecchio Tokina da 400 mm, ma una lepre ha una velocità che è impressionante, scarta di lato come un fulmine e in men che non si dica il teleobiettivo brancola sulla neve tutta uguale.

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L’alta valtellina è un posto stupendo così come tutte le Orobie d’altra parte. Montagne che apprezzo grandemente d’estate e che in inverno hanno un fascino tutto loro: tanta neve, cime bianche e paesaggi che potrebbero essere confusi con alcune scene de Il Signore degli Anelli.

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Nelle valli che la neve rende inaccessibili, li staziona la lepre bianca, un essere strettamente legato al proprio ambiente e che deve agli inverni rigidi parte della propria sopravvivenza. Pensare ai cambiamenti climatici che stiamo vivendo in questi anni mi porta alla mente la considerazione che in un certo qual modo devo ritenermi fortunato.

Forse tra dieci o vent’anni specie alpine come la lepre bianca o la pernice bianca scompariranno dalle montagne italiane così come è oramai avvenuto per il Gallo Ceddrone che vede popolazioni stabili solo in Trentino. L’urgenza di comprendere i meccanismi di interazione tra animali e territorio diventa via via sempre più stringente e spesso trova ostacoli con un turismo ed una gestione amministrativa che dovrebbe invece integrarsi armoniosamente, ma queste sono considerazioni che finirebbero con il trasformare questo blog in una tribuna politica.

Vi lascio con una foto scattata con il sole già alto, dopo una tazza di the bollente mentre il binocolo corre sui profili delle montagne in cerca di animali: nella foto c’è qualcuno, trovate dove e cosa è!!

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Lo so sono oramai una persona scontata… ma come cosa e dove? Proprio li al centro dell’immagine, un camoscio che scende il pendio!! Mi sa che dovete allenare ancora un po’ l’occhio!!

Buona luce a tutti!!

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Caccia fotografica nei parchi della Norvegia

admin | 15 settembre 2009

Dopo avervi mostrato le prime immmagini scattate in Norvegia di alcuni animali in ambiente controllato, è venuto il momento di raccontare almeno due o tre battute di caccia fotografica vagante avvenute tra il parco del Dovrefjell le isole Lofoten.

Inizio dicendo che essere in un territorio sconosciuto con la pretessa di avvistare animali a colpo sicuro è una bella presunzione. Forse perchè l’esperienza mi ha insegnato a dare tanto peso alle segnalazioni e ai consigli di chi vive il territorio e conosce meglio spostamenti ed orari dei selvatici. Poi, ovviamente,  il comportamento animale presenta sempre delle sorprese che a volte giocano a nostro favore, a volte ci fanno tornare a casa solo con l’umido nelle ossa e la scheda di memoria vuota.

Seguendo questo principio, abbiamo scelto di prendere confidenza con le zone frequentate da alci, renne e buoi muschiati prendendo parte a dei safari organizzati della durata di un paio d’ore. Già sapevo che non sarebbero stati momenti utili per ottenere buone foto ma ci avrebbero messo nelle condizioni di cacciare in un secondo tempo senza l’intralcio di altri turisti e con una migliore conoscenza delle modalità di avvistamento e delle zone di pascolo dei grossi erbivori.

Il primo tour organizzato cui abbiamo preso parte è stato quello dell’alce nel parco del Dovefjell, in assoluto la zona dove abbiamo osservato il maggior numero di animali allo stato libero. Partiti la sera in auto abbiamo costeggiato una delle strade principali che corrono parallele alla riserva umida che costeggia il parco.

Verso le 21.30 scorgiamo le prime femmine di alce, escono dalla vegetazione bassa e si spostano a prato. Sono lunghe, molto lunghe, tanto che il 600 mm non basta neanche per eseguire un crop decente. Così lascio perdere le foto e mi godo i movimenti di questi animali. Nei giorni successivi abbiamo giocato bene questa carta e salendo verso nord abbiamo avuto maggiori opportunità:

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1/50 s @ F/10 -0,7 EV ISO 1000, Canon Eos 1D Mark II, EF 300 mm F/4 IS L

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1/1000 s @ F/10 -0,7 EV ISO 800, Canon Eos 1D Mark II, EF 300 mm F/4 IS L

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1/160 s @ F/8 -0,7 EV ISO 1000, Canon Eos 1D Mark II, EF 300 mm F/4 IS L + EF 2X

Abbiamo visto molte femmine ed un solo maschio, soggetto che ci ha attraversato la strada accompagnato da una femmina ed un piccolo, putroppo in un tempo troppo breve per fermare l’automobile e scattare. Le foto di alce sono state caratterizzate tutte dal fatto di essere state scattate a basse quote; così come alcuni nostri ungulati come il capriolo sfruttano le zone di ecotono, anche l’alce occupa le aree di transizione tra il pascolo ed il bosco.

Il parco di Dovrefjell ha la caratteristica di presentare una zona centrale estremamente montagnosa per i parametri norvegesi; aspetto che ci ha permesso di calarci appieno nel territorio di renne e buoi muschiati. Uno dei luoghi comuni che questo viaggio ha smontato in me è stato il rendersi conto che la Norvegia non è la patria di babbo natale. Le renne non si trovano a bordo strada come conigli e neanche in una passeggiatina fuori porta.

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Complice anche il periodo dell’anno, le renne sono quasi tutte più a nord. All’interno del Dovrefjell rimane però abbastanza stabile una popolazione che si è molto inselvatichita diventando estremamente diffedente dell’uomo. Già perchè  a quanto ci hanno raccontato gli abitanti del posto, le renne che scendono a sud durante l’inverno tollerano abbastanza la presenza umana grazie all’allevamento nomade che subiscono da parte delle popolazioni lapponi.

Sta di fatto che l’incontro che abbiamo avuto dopo due giorni di cammino in un improbabile giornata di pioggia e nebbia, hanno portato alla condizione essenziale del fotonaturalismo: la concomitanza del fotografo, dell’animale e della luce. Bhè certo con tutta quella nebbia la luce lasciava un po’ a desiderare ma di certo non mi posso lamentare.

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Avevamo appena passato una notte a 10°C nel tendino piantato su un tappeto di muschi e betulle nane, dopo un’intensa giornata a seguire tracce e fatte di renna senza però avvistare alcun animale. Eravamo anche un po’ sconsolati e forse rassegnati a mettere da parte uno degli obiettivi fotografici di questo viaggio. La mattina presto esco dalla tenda per sgranchirmi e capire meglio cosa volesse fare il cielo: nebbia, vento, acqua. Aspettare a muoversi o levare la tenda e avvicinarsi alla base dello Snoetta in cerca di buoi muschiati?

Mentre la mente faceva queste riflessioni noto sul crinale in alto dietro la tenda delle sagome che si spostano coperte dalla nebbia..palchi! Palchi ben ramificati! Sono loro, chiamo Serena e dopo una rapida sbinocolata tiriamo le stringhe degli scarponi e partiamo all’inseguimento.

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Tre ore di lento avvicinamento attenti a rimanere sotto vento e nel contempo preparandosi ad uscire allo scoperto in una posizione comoda e vicina. Il branco è composto da circa 200 individui che si muovono costantemente come un unica entità.

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Brucano e si muovono, in pochi minuti hanno risalito il versante di una montagna e scompaiono dalla vista. Torniamo alla tenda fradici, i pantaloni zuppi e la giacca che comincia soffrire le prime infiltrazioni d’acqua. Devo confessare di essere leggermente preoccupato per la fotocamera ma appena al riparo dalla pioggia, in tenda, smonto l’obiettivo e verifico che la tropicalizzazione di mamma Canon non mi ha abbandonato.

Alla prossima! …Buoi Muschiati in arrivo!

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Norvegia andata e ritorno

admin | 11 agosto 2009

Cari amici, dopo un lungo silenzio di MCP eccoci tornati, già tornati da uno di quei viaggi che non si scordano presto e che rimangono vivi nei ricordi sia per la simpatia dell’impresa che per la magia di nuovi paesaggi visti di persona. Il titolo è più che esaustivo e introduce direttamente il filo conduttore dei prossimi post: la Norvegia. Una penisola che si protende nel mare del nord e gode della grande particolarità di essere divisa a metà dal circolo polare artico.
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Terra di foreste di conifere, betulle, muschi e licheni, animali adattati a vivere in condizioni estreme quando i lunghi mesi invernali vedono ombra e crepuscolo e la temperatura raggiunge anche i – 40° C. Sto parlando della volpe artica, del bue muschiato, della renna e non dimentico altri mammiferi come l’alce la lince europea e il lupo che trovano riparo nelle foreste alle quote inferiori.

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Durante questo viaggio ho avuto occasione di osservare questi animali e di preparare appostamenti e poste nel wild così come la fortuna di appoggiarmi a persone e centri di gestione della fauna che offrono la possibilità di vedere felini come la lince altrimenti introvabili nel poco tempo che io e Serena avevamo a disposizione. Ci sarà spazio anche per affrontare le tematiche etiche riguardanti la cattività degli animali selvatici.

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I prossimi post non vogliono essere una noiosa cronaca del passare dei giorni, voglio piuttosto raccogliere delle tematiche riguardanti le modalità con le quali ho ottenuto determinate immagini.

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Un saluto particolare va agli amici incontrati durante il nostro vagabondare: Ervin ed Elena due naturalisti francesi, Gretien ed Evelina incontrati in una Hytte sotto la cima dello Snoetta alla ricerca di Buoi muschiati, grazie alle dritte di Terje Rian sui migliori punti da toccare tra le montagne del Dovrefjell.

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Queste sono alcune delle immagini che verranno commentate nei prossimi post, durante i quali vi racconterò come abbiamo avvicinato un branco di circa 200 renne per riuscire ad ottenere le immagini che vi mostrerò. Ci vorrà un po’ di pazienza anche perchè il ritorno in Italia coincide con il riprendere delle normali attività ma spero di tenervi aggiornati di settimana in settimana. Nel frattempo auguro un felice e proficuo (fotograficamente parlando) ferragosto a tutti! A presto!

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Tra uno scatto e l’altro

admin | 28 maggio 2009

In queste due settimane di silenzio del blog, gli impegni della vita di tutti i giorni hanno ridotto il tempo utile alla caccia e all’appostamento anche se, dopo un paio di uscite a vuoto, è nata la necessità di alzarsi di quota durante le battute. Il caldo di questi giorni sta infatti lasciando sguarniti i prati che per tutta la primavera hanno visto un via vai di cervi e caprioli, i quali si spostano alle quote superiori per godere del fresco che si respira man mano che ci si alza dal lago.

Immagine di Archivio

In compenso il nibbio bruno volteggia frequentemente sopra i canneti ed anche la volpe ha iniziato ad avventurarsi tra l’erba ancora alta fin dal primo pomeriggio, a tratti scomparendo alla vista per poi tornare visibile nelle rasate dove trotterella in cerca di chissà cosa. Giugno si avvicina e presto arriveranno le cucciolate.

1/1000 s @ F/5,6 – ISO 1000, Canon Eos 1D Mark II,  EF 70-200 mm F/2,8 L USM +2X

1/125 s @ F/5,6 – ISO 800 flash 550 EX, Canon Eos 1D Mark II, EF 70-200 mm F/2,8 L USM +2X

La radura che l’anno scorso ha visto la stagione dell’amore dei caprioli da capanno mimetico, continua a dare soddisfazioni anche solo quando si passeggia al calar della notte e l’uso del flash è d’obbligo per poter immortalare gli ungulati che hanno ripreso forza e vigore dopo l’inverno.  Fotografare animali di notte non è mai cosa agevole in particolar modo per la messa a fuoco che oscilla tra la fortuna e la bravura nel saper maneggiare le proprie lenti.

Tutt’altro discorso riserva la mattina, quando la luce sale calda ed illumina avvolgendo gli oggetti. Il cielo terso dopo il temporale della sera prima è stato un invito troppo forte per non fermarmi a fare un paio di scatti al Lago Maggiore e proprio sul molo di una vecchio stabile una piccola colonia di cormorani prendeva la tintarella.

1/250 s @ F/16 – ISO 250, 600 mm – Canon Eos 1D Mark II, EF 300 mm F/4 L IS USM +2X

Dopo averli osservati per alcuni minuti, il mio giudizio nei loro confronti è molto cambiato: visti da lontano, magari di sfuggita per la loro diffidenza, non ispirano di certo un senso di bellezza. Neri, sgraziati nel verso. In realtà ad un’osservazione più attenta il loro piumaggio è ricco di sfumature blu verdi ed il loro comportamento nei cinfronti degli altri membri del gruppo è molto interessante, con una fitta interazione sociale.

1/250 s @ F/16 – ISO 250, 600 mm – Canon Eos 1D Mark II, EF 300 mm F/4 L IS USM +2X

1/250 s @ F/16 – ISO 250, 600 mm – Canon Eos 1D Mark II, EF 300 mm F/4 L IS USM +2X

Nei prossimi giorni ho intenzione di fare una puntata alle Bolle di Magadino per fare qualche scatto degli orniti e limicoli che in questo periodo affollano le pozze d’acqua dolce dell’alto varesotto e ticino.

A presto!!

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Il salto del gallo forcello

admin | 14 maggio 2009

A distanza di un anno dall’ultima posta ai galli forcelli, nelle ultime due settimane ho speso nottate e fredde mattinate in cerca del giusto punto di ripresa in nuove arene. Meno popolate da maschi in parata, rispetto a quelli osservati l’anno passato, ma che mi hanno permesso di risparmiare Km in automobile. La neve oramai sciolta e le temperature in graduale aumento hanno permesso osservazioni dapprima freddolose, nell’arco delle due settimane passate sono andate via via migliorando fino a concedere maglione e giacca a vento.

Una delle arene che ha dato i migliori risultati era tenuta da un solo maschio anziano, forte della sua mole ha fatto nascondere tra gli arbusti un giovane che ha osato solo mettere fuori la testa per poi tornare nelle retrovie. La mattinata ha riservato anche il momento dell’accoppiamento, purtroppo non documentato, con due femmine di forcello presenti intorno all’arena.

Il gallo forcello è un tetraonide che possiede la partocolarità di esibirsi in parate di corteggiamento molto caratteristiche. Durante i quindici giorni all’anno di periodo riproduttivo utile, i maschi scelgono un pianoro od un pendio ampio sopraelevato dove inscenare una danza che dovrebbe impressionare le femmine, tenere a bada gli altri maschi e determinare chi fra loro è il gallo migliore.

La danza è accompagnata da due rumori caratteristici: il rugolio ed il soffio. La parata inizia quando è ancora buio, verso le 4.30 del mattino con dei fischi continuati, dopo di che inizia il rugolio, una sorta di suono gutturale ripetuto emesso durante la camminata in cerchio, con la coda aperta a lira e le penne bianche sollevate verso l’alto. Quando il forcello si gira mostrando la coda, le penne bianche dette specchio, risultano estremamente visibili. Quando lo specchio è ben sviluppato ed alto sopra la schiena dell’animale, siamo di fronte ad un maschio adulto.

La camminata in cerchio viene interrotta di frequente con un fischio ed un balzo o salto, il forcello si libra in aria verticale sbattendo le ali per attirare l’attenzione delle femmine e marcare la propria arena.

Le arene dei galli forcelli rimangono stabili nel tempo, se gli animali non vengono disturbati è possibile osservare parate nella stessa arena anche per una decina di anni. Purtroppo la caccia di frodo ed il disturbo antropico stanno riducendo in numero questi splendidi animali.  Fino a 5, 6 anni fa si osservavano arene occupate da 10 maschi che combattevano fra loro, oggi le arene con 4 o 5 maschi vengono considerate un piccolo paradiso.

Anche noi, come fotografi, dobbiamo porre estrema attenzione durante le riprese di questa come di altre specie molto sensibili. Documentarsi sull’etologia dell’animale ed essere sempre estremamente discreti, ed il più delle volte rinunciare allo scatto, se questo può essere di disturbo. Con i forcelli in modo particolare, bisogna avere l’accortezza di arrivare in prossimità delle arene di canto quando è ancora buio ed almeno un’ora prima che inizino le parate. Ciò significa essere sul posto intorno alle 2 di notte ed una volta posizionati, non ci è più permesso alzarci fino a quando non saranno i galli a lasciare per primi l’arena.

L’emozione e la gioia di osservare questo tipo di animali è grande, come grande è la responsabilità a cui siamo chiamati per godere di questo spettacolo.

A presto!!

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