Caccia fotografica nei parchi della Norvegia
admin | 15 settembre 2009Dopo avervi mostrato le prime immmagini scattate in Norvegia di alcuni animali in ambiente controllato, è venuto il momento di raccontare almeno due o tre battute di caccia fotografica vagante avvenute tra il parco del Dovrefjell le isole Lofoten.
Inizio dicendo che essere in un territorio sconosciuto con la pretessa di avvistare animali a colpo sicuro è una bella presunzione. Forse perchè l’esperienza mi ha insegnato a dare tanto peso alle segnalazioni e ai consigli di chi vive il territorio e conosce meglio spostamenti ed orari dei selvatici. Poi, ovviamente, il comportamento animale presenta sempre delle sorprese che a volte giocano a nostro favore, a volte ci fanno tornare a casa solo con l’umido nelle ossa e la scheda di memoria vuota.
Seguendo questo principio, abbiamo scelto di prendere confidenza con le zone frequentate da alci, renne e buoi muschiati prendendo parte a dei safari organizzati della durata di un paio d’ore. Già sapevo che non sarebbero stati momenti utili per ottenere buone foto ma ci avrebbero messo nelle condizioni di cacciare in un secondo tempo senza l’intralcio di altri turisti e con una migliore conoscenza delle modalità di avvistamento e delle zone di pascolo dei grossi erbivori.
Il primo tour organizzato cui abbiamo preso parte è stato quello dell’alce nel parco del Dovefjell, in assoluto la zona dove abbiamo osservato il maggior numero di animali allo stato libero. Partiti la sera in auto abbiamo costeggiato una delle strade principali che corrono parallele alla riserva umida che costeggia il parco.
Verso le 21.30 scorgiamo le prime femmine di alce, escono dalla vegetazione bassa e si spostano a prato. Sono lunghe, molto lunghe, tanto che il 600 mm non basta neanche per eseguire un crop decente. Così lascio perdere le foto e mi godo i movimenti di questi animali. Nei giorni successivi abbiamo giocato bene questa carta e salendo verso nord abbiamo avuto maggiori opportunità:
1/50 s @ F/10 -0,7 EV ISO 1000, Canon Eos 1D Mark II, EF 300 mm F/4 IS L
1/1000 s @ F/10 -0,7 EV ISO 800, Canon Eos 1D Mark II, EF 300 mm F/4 IS L
1/160 s @ F/8 -0,7 EV ISO 1000, Canon Eos 1D Mark II, EF 300 mm F/4 IS L + EF 2X
Abbiamo visto molte femmine ed un solo maschio, soggetto che ci ha attraversato la strada accompagnato da una femmina ed un piccolo, putroppo in un tempo troppo breve per fermare l’automobile e scattare. Le foto di alce sono state caratterizzate tutte dal fatto di essere state scattate a basse quote; così come alcuni nostri ungulati come il capriolo sfruttano le zone di ecotono, anche l’alce occupa le aree di transizione tra il pascolo ed il bosco.
Il parco di Dovrefjell ha la caratteristica di presentare una zona centrale estremamente montagnosa per i parametri norvegesi; aspetto che ci ha permesso di calarci appieno nel territorio di renne e buoi muschiati. Uno dei luoghi comuni che questo viaggio ha smontato in me è stato il rendersi conto che la Norvegia non è la patria di babbo natale. Le renne non si trovano a bordo strada come conigli e neanche in una passeggiatina fuori porta.
Complice anche il periodo dell’anno, le renne sono quasi tutte più a nord. All’interno del Dovrefjell rimane però abbastanza stabile una popolazione che si è molto inselvatichita diventando estremamente diffedente dell’uomo. Già perchè a quanto ci hanno raccontato gli abitanti del posto, le renne che scendono a sud durante l’inverno tollerano abbastanza la presenza umana grazie all’allevamento nomade che subiscono da parte delle popolazioni lapponi.
Sta di fatto che l’incontro che abbiamo avuto dopo due giorni di cammino in un improbabile giornata di pioggia e nebbia, hanno portato alla condizione essenziale del fotonaturalismo: la concomitanza del fotografo, dell’animale e della luce. Bhè certo con tutta quella nebbia la luce lasciava un po’ a desiderare ma di certo non mi posso lamentare.
Avevamo appena passato una notte a 10°C nel tendino piantato su un tappeto di muschi e betulle nane, dopo un’intensa giornata a seguire tracce e fatte di renna senza però avvistare alcun animale. Eravamo anche un po’ sconsolati e forse rassegnati a mettere da parte uno degli obiettivi fotografici di questo viaggio. La mattina presto esco dalla tenda per sgranchirmi e capire meglio cosa volesse fare il cielo: nebbia, vento, acqua. Aspettare a muoversi o levare la tenda e avvicinarsi alla base dello Snoetta in cerca di buoi muschiati?
Mentre la mente faceva queste riflessioni noto sul crinale in alto dietro la tenda delle sagome che si spostano coperte dalla nebbia..palchi! Palchi ben ramificati! Sono loro, chiamo Serena e dopo una rapida sbinocolata tiriamo le stringhe degli scarponi e partiamo all’inseguimento.
Tre ore di lento avvicinamento attenti a rimanere sotto vento e nel contempo preparandosi ad uscire allo scoperto in una posizione comoda e vicina. Il branco è composto da circa 200 individui che si muovono costantemente come un unica entità.
Brucano e si muovono, in pochi minuti hanno risalito il versante di una montagna e scompaiono dalla vista. Torniamo alla tenda fradici, i pantaloni zuppi e la giacca che comincia soffrire le prime infiltrazioni d’acqua. Devo confessare di essere leggermente preoccupato per la fotocamera ma appena al riparo dalla pioggia, in tenda, smonto l’obiettivo e verifico che la tropicalizzazione di mamma Canon non mi ha abbandonato.
Alla prossima! …Buoi Muschiati in arrivo!
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