Matteo Cervo Photography

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Uno scatto per ANFASS: Il tempo dell’Attesa

admin | 2 settembre 2010

Questo è il secondo anno che vengo contattato dall’associazione ANFASS, per finanziare le proprie attività di assistenza alle persone con disabilità psichica e intellettiva e supporto alle famiglie, ANFASS Varese ha pensato di allestire una mostra fotografica che raccoglie alcuni tra i migliori fotografi della provincia di Varese. La mostra aperta al pubblico si conclude con un’asta benefica che avrà luogo il prossimo 3 Ottobre 2010 presso Villa Recalcati.

Lo scorso anno ho avuto il piacere di esporre accanto ai grandi nomi della fotografia Italiana quali Giorgio Lotti, Carlo Meazza, Isabel Lima e altri con una grande soddisfazione personale e l’emozione di scambiare quattro chiacchiere con chi ha tracciato la storia dell’arte visiva nel nostro paese.

Il tema proposto quest’anno è “Il tempo di …”: visto che il tempo che sto vivendo personalmente è in attesa di mio/mia figlio/a non potevo non dedicare uno scatto a questa dimensione fantastica della gravidanza. Partiamo dallo scatto per raccontare come ho traslato l’idea che avevo in mente nella fotografia proposta:

Il tempo dell'attesa

1/125 s @ F/8 ISO 100, Canon Eos 1D Mark II, EF 70-200 mm L USM

Partendo dal tema della mostra “Il tempo di..” e volendo interpretare la gestazione come  momento di attesa, ho scelto di concentrare l’inquadratura solamente sul pancione della mamma. Un mezzo busto senza testa per contestualizzare il soggetto ma non essere disturbati dalla persona. Il fatto che non venga ripreso il viso della modella, rende a mio giudizio più universale lo scatto, tutti possono riflettersi in esso.

La scelta del bianco e nero è stata anch’essa fatta a priori per non indurre lo spettatore a considerare la composizione cromatica che potrebbe allontanare la mente dal messaggio che si vuole trasmettere. La parte a mio giudizio più impegnativa è stata contestualizzare un concetto che avevo in testa, e che doveva fondersi armoniosamente con la scena che avevo già visualizzata: la famiglia. Il tempo dell’attesa come dolcezza vissuta e condivisa dai due partner.

Il modo più diretto è stato proprio quello di coinvolgere il marito della modella nello scatto introducendo nella composizione un elemente di contrasto rappresentato dalla mano che accarezza il pancione. La differente consistenza e tonalità della pelle, la presenza di vene pronunciate e peli tipica dell’uomo in ossimoro con la pelle della mamma. L’uso della mano sinistra non è stato casuale, l’anello di matrimonio è esso stesso elemento fondamentale dello scatto che riflette un mio personale modo di vedere la dimensione famigliare.

Lo schema luci è sobrio desideravo un illuminazione morbida e definita che sfumasse dai mezzi toni alle ombre con gradualità da sinistra a destra avvolgendo il pancione. La luce principale è rappresentata da un ombrello argento posto in alto alla sinistra del fotogramma, 45° rispetto all’asse ottico. La seconda luce è un flash d’effetto posto dietro la modella ad altezza ombelico regolato uno stop più basso della luce principale e rivolto verso il soffitto. Ultimo elemento dello schema luci è rappresentato da un pannello riflettente bianco posto in basso sulla destra del fotogramma per stemperare le ombre sotto il pancione.

Inizialmente ho provato qualche inquadratura con il 24-70 mm ma le proporzioni dell’immagine non mi soddisfacevano, salendo di focale ho trovato nel fedele 70-200 mm il giusto feeling. Scattando in interno e potendo controllare a piacere le potenze dei flash o scelto di lavorare ad F/8 in modo da garantirmi dettaglio ma nel contempo sfumare dolcemente il secondo piano rappresentato dal braccio destro della modella. Viste le distanze ravvicinate la profondità di campo si riduce  e permette di sfuocare anche con valori piuttosto alti di diaframma.

Spero che lo scatto sia di vostro gradimento e mi auguro di vedervi alla mostra e perchè no, anche a seguire l’asta, sarà l’occasione per deliziare gli occhi e dare la possibilità a molte persone e famiglie di migliorare la propria vita. Un grazie a Cesarina del Vecchio e tutti i responsabili di ANFASS Varese.

Buona luce!!!

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Fotografia agli “estremi” – parte prima

admin | 26 agosto 2010

Ghiacciaio dell’Aletsch e ghiacciaio Belvedere, due ambienti alpini simili ma diversi. In meno di quattro giorni ho avuto il piacere di visitarli entrambi, il primo nella Svizzera del Canton Uri, il secondo all’interno dell’anfiteatro del Monte Rosa in Piemonte. Le due uscite sono state caratterizzate da un rapido spostamento in automobile dalle sponde del mio Lago Maggiore fino all’attacco delle rispettive valli di riferimento, zaino leggero e corredo fotografico rivolto esclusivamente a paesaggio e fauna.

Per questo motivo gli estremi delle focali che ho portato con me si legano armoniosamente all’ambiente al limite che sono andato a scoprire. Il corpo macchina di riferimento è come sempre l’ammiraglia Canon Eos 1D Mark II, accompagnata dagli obiettivi Canon EF 17-40 mm F/4 L USM e Canon EF 300 mm F/4 L IS USM con l’aggiunta del duplicatore EF 2X. Niente obiettivo normale, nessuno zoom standard ma solo supergrandangolo e supertele ed il sussidio di un cavalletto equipaggiato con testa a sfera. Vorrei in questo racconto lasciare spazio alle note documentaristiche del luogo come alle potenzialità espressive offerte da due lenti così diverse tra loro.

La prima uscita è stata una piacevole scampagnata sulla vetta dell’ Eggishorn, cima di 2926 m s.l.m. che offre uno dei migliori punti panoramici sul ghiacciaio dell’Aletsch, che con i suoi 23 Km di lunghezza e 9 di larghezza è il più lungo ghiacciaio delle alpi.

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La strada panoramica dell”Aletsch attraversa una delle foreste più alte di Europa per poi proseguire sulle morene del ghiacciaio

Salendo in cabinovia dalla stazione di Fisch si superano in pochi minuti i 2000 metri di dislivello che portano al sentiero panoramico dell’Aletsch, patrimonio dell’Unesco. La giornata limpida ed il sole alto nel cielo sono ideali per delle riprese drammatiche della pietraia scura attraversata dal sentiero. Le rocce calpestate dagli scarponi sono chiare e risaltano viste dall’alto.

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È impressionante la quantità di turisti giapponesi e statunitensi che da un piccolo paesino svizzero salgano fino sopra i duemila metri per osservare uno spettacolo che lascia veramente sbalorditi: da 3000 metri di altitudine i 23 Km del ghiacciaio sembrano ridursi a non più di 4 o 5 Km. Le cime maestose dell’Aletsch e della JungFrau ingannano l’occhio facendo apparire il ghiacciaio più piccolo di quello che è.

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Panoramica a mano libera del ghiacciaio dell’Aletsch

Poi si osserva meglio con il binocolo e quando sul fronte laterale a ridosso della morena si intravedono piccoli puntini colorati, allora ci si rende conto di come gli uomini siano formiche in confronto a questo gigante di ghiaccio.

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Ciò che a prima vista sembra una bianca autostrada, a 600 mm di focale mette in risalto guglie e crepacciature alte come piccoli palazzi. Fantastico insieme a mia moglie sulle possibili vie per attraversare il la lingua di ghiaccio ma di fronte all’immagine ingrandita dal binocolo la mente si arrende alle difficoltà.

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Il ghiaccio sporco lascia ancora intravedere dei riflessi colorati con tonalità che vanno dal blu al rosso. Il punto di osservazione e l’utilizzo di due focali opposte mi concede prospettive interessanti per analizzare il ghiacciaio. Ovviamente visto l’affollamento della meta turistica è impensabile riprendere qualche animale selvatico e mi accontento così di sfruttare il cavalletto per un autoscatto a ricordo della giornata.

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continua..

Questo è un doppio post che potete leggere anche su AppuntiFotografici

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A lume di candela…o quasi..

admin | 17 agosto 2010

Estate che va concludendosi come le sagre paesane che offrono, oltre alla musica e al cibo, anche l’occasione di ritrovarsi tra amici per passare una serata assieme. Ieri sera non ci siamo fatti scappare l’occasione di una polenta in compagnia, presso uno dei paesini che dominano il Lago Maggiore dall’alto della montagna e giusto per non portare con me la pesante reflex ho optato per un corredo più sobrio: Canon G10, flash 430 e ricetrasmettitori Cactus V4.

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Canon G10, Raw – 1/125 s @ f/5,6 ISO 400

La schiarita dopo la pioggia di questi giorni ha aperto il tramonto a dei colori splendidi, uno scorcio del Lago Maggiore dal belvedere con la luna appena alzata in cielo. La località che ha visto protagonista la mangiata e dei mie ridicoli tentativi di bachata e merengue offriva agli avventori anche la possibilità di entrare nella piccola chiesetta dedicata a S.Rocco.

Il freddo e l’umidità della notte iniziavano a farsi sentire e Daniela si è riparata insieme alle sue due bambine all’interno della chiesa illuminata solo dalle candele accese vicino all’altare. La luce ambiente calda e morbida invitava a fotografare e qule migliore foto se non un ritratto della piccola Lucia:

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Canon G10, Raw – 1/6 s @ f/4.5 ISO 800

La mamma poco lontano abbracciata alla sorellina offriva anch’essa un ottimo soggetto ma la distanza dal candeliere rendeva impossibile una buona ripresa se non con tempi lunghi ed il supporto di un treppiede. (Entrambe le cose erano ostacolate dalla vispa Caterina che elargiva sorrisoni all’obiettivo e dalla mancanza di un supoporto adeguato).

Il desiderio di rinforzare un po’ la luce ambiente delle candele con un colpetto di flash è stata più forte di me e attraverso l’uso di un VAS (Voice Activated Stand) aka “Il buon Fiabby” ho impostato il Canon 430 Ex ad 1/64 di potenza con la parabola in posizione wide a due metri circa dal soggetto, ovviamente vicino alla fonte di luce ambiente rappresentata dalle candele.

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Canon G10, Raw 1/125 s @ F/3,5 ISO 800

Cosa penso di quest’ultima immagine? Il flash risulta ancora un po’ forte e purtroppo l’assenza di un diffusore ha generato delle ombre un po’ dure anche se vista la distanza dal candeliere potrebbero anche risultare coerenti. Urge la necessità di un set di gelatine colorate più ampio di quello che ho in dotazione adesso e che categoricamente non porto con me.

Buona luce e alla prossima!!

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Canon Professional Network Membership

admin | 15 agosto 2010

Non credo di essere mai stato un fan boy di una casa fotografica piuttosto che di un’altra. La mia avventura con la “scatoletta cattura immagini” è iniziata con una Canon AE-1 ed una Kodak Retinette e da li è continuata un po’ per caso, un po’ perchè mi trovavo a mio agio, utilizzando il sistema EOS.

Nel frattempo il corredo ottiche è cresciuto così come il numero di flash dedicati e, non nascondiamolo, i tanti soldi investiti. Soldi che hanno significato e significano tutt’ora sacrificio per alimentare una passione ed un lavoro che evolve giorno per giorno e  dal quale cerco sempre di ottenere divertimento e sostentamento.

In questi anni il corredo Canon è stato un ottimo alleato, una serie di strumenti che in 10 anni mi hanno sempre assistito sotto acqua e neve, polvere vulcanica, bicchieri di vino rovesciati sulle lenti da  “allegri” ospiti di matrimonio, escursioni di decine di giorni con la temperatura costantemente sotto lo zero termico e sballottamenti nello zaino durante le ascensioni in parete.

Non nego quindi l’emozione di vedermi recapitare nella cassetta della posta una lettera infilata a forza nella stretta fessura, stropicciata ai bordi ma dal marchio subito riconoscibile: è arrivata la mia tessera CPS, Canon Professional Service.

Nulla di speciale in fin dei conti ma una sensazione di condivisione con altri professionisti e la sicurezza di un sistema di assistenza rapido e presente in tutta Europa.

Emotivamente credo anche che rappresenti un nuovo punto di partenza dal quale evolvere per cercare sempre di migliorare e non solo una bandiera da sventolare un po’ per orgoglio e un po’ per fregiarsi di un acronimo agognato nell’immaginario comune. In un mondo dove tutto si compra con i soldi e dove un titolo vale più della sostanza, la spinta a raggiungere la qualità e l’occhio dei grandi fotografi che sono per ognuno di noi riferimento e che spesso sono ambasciatori della “Grande Fotografia”, va oltre il marchio.

Professionalmente parlando non è una tessera che sancisce la tua presenza tra i grandi, è uno strumento anch’essa, utile nel caso del bisogno (e speriamo non si rompa nulla!! ) , che rimarca il fatto di voler camminare seriamente in una determinata direzione. La fotografia ha nella sua essenza il voler essere condivisa con tutti ed il fotografo stesso vuole arrivare ad emozionare, è vanesio nel senso buono del termine, perchè il suo lavoro non è fatto per rimanere chiuso in un cassetto.

E in fondo mi piacerebbe un giorno essere tra quei testimoni del nostro tempo e della fotografia che attraverso le reti quali CPN, NPS, Sony o Leica fanno sognare i giovani fotografi.

A presto!!

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Intermezzo autunnale

admin | 12 agosto 2010

La pioggia di questi giorni ha riportato bruscamente le temperature sotto i livelli estivi, già a partire dal tardo pomeriggio è bene avere con se un maglione o una giacchetta per coprirsi quando si alza il vento. La mattina presto il freddo si fa sentire anche se durante il giorno smorza fino a togliere la maglietta; prima di ferragosto sembra quasi che il tempo voglia darci un anticipazione autunnale con quello che spero sia solo un intermezzo pronto a lasciare il posto al bel sole d’agosto e magari settembre.

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Questa sera sono uscito per fare quattro passi con mia moglie sulla riva del lago, i nuvoloni sulla sponda piemontese raccoglievano i raggi del sole nascosto caricandoli di un rosso intenso. Un dominante dapprima gialla e poi rosa ammantava ogni cosa, una situazione fotograficamente davvero interessante. Volevo approfittarne per qualche scatto a Serena e al suo pancione ma il vento si è alzato improvviso e teso, portando con sè pesanti goccioloni di acqua.

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Abbiamo riparato alla vecchia colonia e qualche scatto del tramonto in rapida ritirata lo abbiamo portato a casa. In pochi minuti la sensibilità di ripresa è passata da 100 a 800 ISO per poter sfruttare la poca luce ambiente e permettere al sensore di leggere i riflessi del cielo sul lago. In poco tempo il background ha perso tre stop, mantenendomi fisso alla coppia 1/30 s @ F/4,5 ho dovuto recuperarli alzando la sensibilità fino a 800 ISO e abbassare la potenza del flash allontanandolo di un paio di metri da Serena.

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Visto il vento forte e freddino e visto anche che la cena gravava ancora sul nostro stomaco, il set up luci è stato essenziale: un solo flash attraverso un ombrello bianco posizionato di fronte alla bella signora. Una foto di check per lo sfondo e poco più di 5 scatti prima di tornare diretti a casa.

Buona notte!

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